Punti chiave
- Il prezzo del petrolio si attesta ora a poco più di 115 dollari al barile – con un aumento del 59% dall’inizio del conflitto e un andamento sopra i 100 dollari fino a luglio secondo la curva dei futures.
- Sebbene siano in corso colloqui di pace, resta in vigore la scadenza del 6 aprile fissata dal presidente Trump entro la quale l’Iran dovrà accettare un accordo, altrimenti gli Stati Uniti potrebbero colpire le infrastrutture energetiche del Paese, con una reazione inevitabile iraniana.
- Non si tratta solo di petrolio: con le forniture di gas, elio, ammoniaca e urea anch’esse interessate, l’impatto si estende a tutto il settore delle materie prime, con ripercussioni sulla produzione di fertilizzanti e, di conseguenza, sui prezzi dei generi alimentari.
- L’oro, che finora quest’anno ha registrato un andamento positivo, è sceso del 14% dall’inizio della guerra, con i rischi legati all’inflazione che superano di gran lunga la protezione che l’oro può offrire contro gli shock geopolitici nel breve termine.
- Le prossime due settimane dovrebbero essere utili per capire quale sarà l’andamento futuro, ma possiamo sicuramente aspettarci prezzi energetici elevati ancora per un po’ di tempo.
Ieri mattina, il prezzo del petrolio si attestava a poco più di 115 dollari al barile, con un aumento del 59% dall’inizio del conflitto. Osservando la curva dei futures sul greggio Brent, il prezzo è ora di 100 dollari al barile fino a luglio, per poi scendere a circa 85 dollari al barile entro dicembre. Si tratta comunque di un premio significativo rispetto al livello precedente allo scoppio della guerra, infatti, per contestualizzare, si prevedeva che il petrolio si attestasse intorno ai 60 dollari al barile entro la fine del 2026 – a prescindere dai rischi geopolitici, che ovviamente stiamo affrontando in questo momento.
Ieri mattina, il prezzo del petrolio si attestava a poco più di 115 dollari al barile, con un aumento del 59% dall’inizio del conflitto. Osservando la curva dei futures sul greggio Brent, il prezzo è ora di 100 dollari al barile fino a luglio, per poi scendere a circa 85 dollari al barile entro dicembre. Si tratta comunque di un premio significativo rispetto al livello precedente allo scoppio della guerra, infatti, per contestualizzare, si prevedeva che il petrolio si attestasse intorno ai 60 dollari al barile entro la fine del 2026 – a prescindere dai rischi geopolitici, che ovviamente stiamo affrontando in questo momento.
Nello Yemen, inoltre, durante il fine settimana abbiamo assistito al lancio del primo missile contro Israele da parte degli Houthi, sostenuti dall’Iran. Si tratta del loro primo coinvolgimento in questo conflitto e riporta alla memoria gli attacchi sferrati dagli Houthi negli ultimi anni contro le navi nel Mar Rosso, il cui punto nevralgico è lo Stretto di Bab al-Mandeb, nonché porta d’accesso al mare. Ovviamente, il Mar Rosso conduce al Canale di Suez, che è una linea di navigazione vitale verso l’Europa, ma potrebbe anche fungere da via alternativa per l’esportazione del petrolio dal Golfo attraverso un oleodotto che arriva fino alla costa saudita del Mar Rosso. Un’interruzione in questa zona rappresenterebbe un ulteriore grave ostacolo per le catene di approvvigionamento globali e comporterebbe rischi al rialzo per i prezzi delle materie prime.
Nello Yemen, inoltre, durante il fine settimana abbiamo assistito al lancio del primo missile contro Israele da parte degli Houthi, sostenuti dall’Iran. Si tratta del loro primo coinvolgimento in questo conflitto e riporta alla memoria gli attacchi sferrati dagli Houthi negli ultimi anni contro le navi nel Mar Rosso, il cui punto nevralgico è lo Stretto di Bab al-Mandeb, nonché porta d’accesso al mare. Ovviamente, il Mar Rosso conduce al Canale di Suez, che è una linea di navigazione vitale verso l’Europa, ma potrebbe anche fungere da via alternativa per l’esportazione del petrolio dal Golfo attraverso un oleodotto che arriva fino alla costa saudita del Mar Rosso. Un’interruzione in questa zona rappresenterebbe un ulteriore grave ostacolo per le catene di approvvigionamento globali e comporterebbe rischi al rialzo per i prezzi delle materie prime.
Naturalmente, l’alternativa è che si raggiunga una sorta di accordo di pace, nella speranza che coinvolga lo Stretto di Hormuz. Un accordo di pace che non includesse questo aspetto probabilmente non sarebbe accettabile per Trump, ma se fosse incluso potrebbe significare che il trasporto marittimo potrebbe iniziare a sbloccarsi.Naturalmente, si potrebbe raggiungere un accordo di pace che includa anche lo Stretto di Hormuz, nella speranza che ciò comporti una progressiva normalizzazione dei flussi marittimi. D’altro canto, un’intesa che esclude questo elemento difficilmente sarebbe accettabile per Trump.
Naturalmente, si potrebbe raggiungere un accordo di pace che includa anche lo Stretto di Hormuz, nella speranza che ciò comporti una progressiva normalizzazione dei flussi marittimi. D’altro canto, un’intesa che esclude questo elemento difficilmente sarebbe accettabile per Trump. Vale la pena tenere presente che la questione non gira solo intorno al petrolio. Stiamo assistendo a ripercussioni sui prezzi del gas, dell’elio, dell’ammoniaca e dell’urea, che è fondamentale per laproduzione di fertilizzanti e, di conseguenza, per i prezzi dei generi alimentari. L’impatto, quindi, riguarda davvero l’intero settore delle materie prime e si farà sentire maggiormente nel mese di aprile, con un aumento dei prezzi e maggiori preoccupazioni riguardo all’approvvigionamento: le scorte esistenti stanno già iniziando a esaurirsi e anche le riserve di emergenza, da cui abbiamo assistito a prelievi, si stanno riducendo. Nel frattempo, un’altra materia prima, l’oro, che finora quest’anno ha registrato un andamento molto positivo, ha subito un calo piuttosto significativo, scendendo del 14% dall’inizio della guerra. È chiaro che i rischi legati all’inflazione stanno prevalendo sulla protezione che l’oro può offrire contro gli shock geopolitici nel breve termine.
Il futuro rimane incerto: dipende davvero in primis dalla politica e dalla scelta di Trump di seguire la via dell’escalation o della de-escalation, e poi dalla reazione dell’Iran. Vale la pena ricordare che lo Stretto di Hormuz non è chiuso, né è stato minato, quindi, potrebbe essere riaperto e sbloccato in tempi piuttosto rapidi se si raggiungesse un compromesso. Tuttavia, in caso di escalation, si potrebbe arrivare ad attacchi alle infrastrutture energetiche, ai quali l’Iran ha già dichiarato che risponderebbe. Nel fine settimana Trump ha parlato al Financial Times in merito al controllo del petrolio iraniano. Si tratta di un’eventualità che appare oggi ancora remota, sebbene permangano significativi rischi al rialzo per le materie prime se dovessimo assistere a un’ulteriore escalation. Continuiamo a vedere timori anche sul fronte dell’offerta, con impatti differenziati nelle varie parti del mondo, destinati ad accentuarsi qualora la situazione attuale si protragga nel mese di aprile.
Sosteniamo che le prossime due settimane potrebbero fornire indicazioni utili per capire quale sarà la direzione da seguire. All’inizio di questo conflitto, Trump ha delineato un’ipotesi di operazioni militari della durata di circa quattro-sei settimane, e ci stiamo ormai avvicinando alla fine di quel periodo. Tuttavia, continueremo a vedere prezzi energetici elevati ancora per qualche tempo a causa del premio di rischio incorporato nei prezzi delle materie prime. A ciò si aggiunge la possibilità di alcuni movimenti al ribasso se vedremo sviluppi positivi su un accordo di pace. In generale, c’è molta incertezza. I mercati finanziari continuano a essere turbati dall’attuale situazione geopolitica e, nel breve termine, prevediamo che i prezzi delle materie prime costituiranno un ostacolo non indifferente; tuttavia, se si dovesse giungere a una qualche forma di risoluzione, ci sono ancora motivi per essere ottimisti nel lungo termine.