Punti chiave
- I mercati hanno registrato un rialzo verso la fine della scorsa settimana, in seguito all’annuncio di un cessate il fuoco condizionato tra l’Iran e gli Stati Uniti.
- Nel fine settimana non è stato raggiunto alcun accordo, ma la reazione dei mercati è stata relativamente contenuta.
- Un eventuale blocco da parte degli Stati Uniti comporterebbe ulteriori tensioni sulle esportazioni energetiche verso l’Asia, e in particolare verso la Cina.
- Circa 900 navi sono in attesa di lasciare il Golfo e, anche una volta raggiunta una soluzione, ci vorranno settimane prima che la situazione torni alla normalità.
- Il Fondo Monetario Internazionale sembra destinato a rivedere al ribasso le stime di crescita globale e sia i mercati energetici che quelli azionari rimarranno probabilmente volatili.
Abbiamo chiuso la settimana scorsa con un clima di ottimismo sui mercati finanziari, alimentato dall’accordo di cessate il fuoco condizionato raggiunto tra Stati Uniti e Iran.
Tuttavia, dopo 21 ore di colloqui conclusi nel weekend senza un accordo, la settimana si apre con maggiore incertezza, sebbene il cessate il fuoco resti in vigore e continui a rappresentare un elemento positivo. Gli intermediari stanno ancora lavorando alacremente dietro le quinte per garantire che entrambe le parti continuino a comunicare. In generale, sembrano esserci delle divergenze piuttosto significative tra le proposte di pace degli Stati Uniti e quelle dell’Iran, per cui sarà necessario un compromesso. Le questioni chiave sembrano riguardare lo sblocco dei beni iraniani, le capacità nucleari e lo Stretto di Hormuz, che fornisce all’Iran un importante punto di leva sull’economia globale.
Nonostante le continue tensioni, la scorsa settimana si è assistito a un allentamento della minaccia di un’escalation, con il cessate il fuoco e i colloqui di pace che sembrano indicare che entrambe le parti siano interessate a raggiungere un accordo.
Ora gli Stati Uniti parlano di bloccare lo Stretto di Hormuz: dal punto di vista iraniano, ciò costituirebbe un’escalation e potrebbe comportare, nel breve termine, una riduzione delle esportazioni destinate all’Asia, e in particolare alla Cina, aggravando ulteriormente la situazione dei mercati di esportazione.
Attualmente gli Stati Uniti dispongono di navi da guerra nello Stretto e stanno procedendo alla bonifica delle rotte di navigazione dalle mine. Tali operazioni mirano a garantire loro un maggiore controllo e a facilitare il ritorno a livelli normali di traffico, ma siamo ancora ben lontani dalla «normalità», con circa 900 navi in attesa di lasciare il Golfo. Prima del conflitto, circa 140 navi attraversavano lo Stretto ogni giorno, mentre, negli ultimi giorni, solo nove o dieci navi hanno attraversato la via navigabile, ma circa tredici sono pronte a salpare immediatamente.
Anche una volta raggiunto un accordo, il ritorno alla piena operatività richiederà tempo, con una stima di circa sei-otto settimane. Quando il traffico riprenderà a scorrere, assisteremo probabilmente a un calo dei prezzi del petrolio, ma le tensioni sull’offerta persisteranno poiché ci vorrà del tempo prima che il petrolio e il gas raggiungano le loro destinazioni finali.
In una prospettiva più ampia, il quadro rimane incerto. La nostra ipotesi di base rimane quella di una soluzione al conflitto, ma nel frattempo i mercati energetici continueranno a essere volatili. Lo stesso vale per i mercati azionari, dove gli asset rischiosi registrano un rialzo man mano che emergono segnali di una cessazione delle ostilità a più lungo termine. Il Fondo Monetario Internazionale probabilmente ridimensionerà le stime di crescita nella riunione di questa settimana, ma la reazione del mercato alla mancata conclusione di un accordo nel fine settimana è stata relativamente contenuta. L’opinione prevalente sembra essere che un accordo di qualche tipo verrà raggiunto nel corso delle prossime settimane. Nel frattempo, continueremo a monitorare attentamente gli sviluppi.